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Sosteniamo il nostro Hellas!

Ieri è iniziata la fase di vendita libera degli abbonamenti per la stagione 2011/2012. La prima parte della campagna, riservata al rinnovo per chi già lo scorso anno era abbonato si è conclusa con un buon risultato: 7004 rinnovi pari all'85% degli aventi diritto.
La prima giornata di vendita libera si è chiusa con un risultato straordinario, 8295 nuovi abbonati!
Il popolo dell'Hellas non si smentisce mai, nonostante il costo superiore rispetto ad altre piazze, risponde presente.
Ovviamente siamo solo a metà del percorso, ci sono ancora molti giorni davanti per far aumentare ancor di più la prova d'amore verso il nostro Hellas.


Magliette 2011/2012

La nuova stagione è appena iniziata con la fantastica vittoria nel derby col WCenza in Coppa Italia e tutti non vediamo l'ora che arrivi la prima di campionato!
Dopo Salerno ci siamo messi al lavoro per realizzare delle nuove magliette per festeggiare la Serie B e questo è il prototipo:

Per i "milanesi"



Per i non "milanesi"



Per contattarci: hellas.milano@gmail.com

La scala non si tocca

Questo l'editoriale pubblicato il 20 marzo 2011 su Calcio Verona, la storica fanzine distribuita allo stadio Bentegodi prima delle partite dell'Hellas Verona.

Il problema reale non è la libertà di “poter” utilizzare la scala, perché simbolo della città o della provincia di Verona. Il problema non è la “proprietà” formale di tale simbolo, che ovviamente non è un’esclusiva del Verona calcio, lo sanno tutti. Continuare a sentire tale manfrina difensiva è per lo meno avvilente.

Il Chievo “potrebbe”, formalmente, usare la scala. Ma il punto è un altro e corrisponde ad alcune domande fondamentali: perché dovrebbe farlo? Ma, soprattutto, perché “vuole” a tutti i costi farlo? Da cosa deriva questa impellente e irrinunciabile necessità? Il nocciolo della questione, vero e reale secondo i tifosi veronesi, dovrebbe essere identificabile in concetti come: buonsenso, intelligenza, rispetto, desiderio di distinguersi, volontà di evitare la provocazione, il confronto, lo scontro, ma anche la consapevolezza di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato o quantomeno azzardato, fuori luogo.

Buonsenso, intelligenza e rispetto vorrebbero che un Veronese avesse ben chiaro il valore di certi simboli. Non si tratta solo di cinque, sei o sette linee che si intersecano qua e là, di tre, quattro o cinque pioli. C’è gente che quello strumento per arrivare in alto se l’è tatuato sulla pelle, a vita. I Veronesi, i tifosi veronesi, è risaputo, sono decisamente attaccati all’identità, alla tradizione, alle “raìse”, alla scala. In tutto il mondo sanno che, calcisticamente parlando, se si parla di “scaligeri” (tifosi scaligeri, società scaligera, ecc.) si parla del Verona e dei suoi sostenitori. Ma il Chievo non se ne cura, anzi, sa che con certe iniziative infastidisce una città della quale, qualche tempo fa, sui giornali si scrisse, in soldoni, che sembra mal sopportarlo, insiste e rilancia, sceglie proprio quel simbolo (non altri) per alzare polveroni e sfidare tale “mal sopportazione” e i “cattivissimi” Veronesi, che, ormai da anni, ingoiano le “tenzoni” identitarie lanciate con quella che sembra chirurgica volontà. Il Chievo ha ben chiaro che tale scelta verrà difesa dall’opinione pubblica “moderata” e che l’aura di innocenza da angelica fanciulla che attornia l’ambiente della diga diventerà automatica tutela.

Di fronte alla legittima incazzatura dei tifosi veronesi (scaligeri), il “santissimo” Chievo passerà sempre per buono, per la simpatica e indifesa vittima della cattiveria “scaligera”, per l’innocente agnellino preso di mira dal famelico lupo. Il pianeta Chievo, da una parte fa di tutto perché sia chiaro che “loro” sono diversi dai “Veronesi”, nonostante vivano nella stessa città e provincia, ma dall’altra continua a giocherellare subdolamente con l’identità, calcistica e cittadina, inseguendo ciò che è Verona per dare corpo a quelli che paiono dispettucci e magari, perché no, tentativi di smuovere le acque per guadagnare solidali pacche sulle spalle. Vediamo di provare a tradurre in parole povere un possibile teorema: è lapalissiano che, se faccio qualcosa di discutibile, si scateni una reazione. Ma, se sono convinto che tale reazione, nonostante tutto, mi serva, mi giovi, che faccia il mio gioco, quel qualcosa lo faccio, eccome se lo faccio! E tanti saluti alla sua discutibilità! Intanto, gli sportivi “clivensi” (così si definiscono, di certo non tifosi “scaligeri”) cosa fanno? Alzano i guantoni, sollevano la guardia, difendono una scelta che, invece, dovrebbe farli arrabbiare per primi, perché ambigua, riconducibile ad un’identità non loro, tutt’altro che destinata a portare, una volta per tutte, ad una distinzione chiara, dignitosa e di orgoglio.

Gli sportivi “clivensi” non si ribellano per il fatto di dover continuamente subire sberleffi, di venire additati come “copie”, di venire derisi dalle tifoserie di mezza Italia, bensì si accodano e rivendicano la democratica libertà di utilizzare un simbolo cittadino, facendo finta di non sapere che lo stesso si fonde, indissolubilmente, con il Verona fin dal 1903, semplicemente perché il Verona è la squadra nata per rappresentare Verona. Non ci vuole un così grande sforzo cerebrale per capirlo, né morale per riconoscerlo: è molto semplice e persino intuitivo. La scala è presente sugli emblemi del Verona, da quasi 110 anni, e su quelli di tutti i gruppi della tifoseria, organizzata e non, persino nel simbolo delle Brigate Gialloblu. Un mondo, limitandoci al tifo, che gli sportivi “clivensi” identificano come il “male” dal quale prendere le distanze, eppure... la vogliono: vogliono anche loro quella “maledetta” scala, dopo aver già voluto quei “maledetti” colori gialloblu, quel “maledetto” Cangrande a cavallo, quel “maledetto” simbolo degli Scaligeri presente sulla recinzione in ferro battuto delle Arche (nel quale, fatalità è presente la scala) e quel “maledetto” suffisso “Verona”.

A questo punto, non ci si dovrà stupire se, entro breve, tra gli sportivi “clivensi” inizierà davvero, non sporadicamente e provocatoriamente, a circolare materiale (sciarpe, bandiere, magliette, felpe ecc.) con sopra impressa la scala, magari blu su sfondo giallo, invece di quella bianca su sfondo rosso. Non ci sarebbe nulla di male, vero? Sarebbero liberi di farlo, perché, in fondo, è un simbolo della città e della provincia, vero? Una cosa di cui andare fieri! Un diritto da difendere e da rivendicare a tutti i costi! Eh già!

Mentre a Milano, Torino, Roma, Genova, ovunque venga usata la parola derby, la gente se ne va in giro con i colori della propria amata squadra, senza preoccuparsi di dover precisare, con scritte, simboli e loghi vari, a quale delle due realtà cittadine appartengano, qui a Verona non si può. Le nonne non possono più sferruzzare per confezionare ai nipoti una semplice sciarpa di lana gialla e blu, perché qualcuno si domanderà: “Ma è del Verona o del Chievo?”. Le semplici bandiere a scacchi gialli e blu sono praticamente sparite e tra un po’ bisognerà stare attenti anche a quella “maledetta” scala.

Gli sportivi “clivensi” sono più impegnati a difendersi e a difendere la loro società e le sue scelte, adducendo la libertà “burocratica” di poter utilizzare la scala, piuttosto che comprendere le reali e sacrosante motivazioni di buonsenso che muovono lo sdegno verso quelle che ad alcuni appaiono come infantili ripicche, mentre ad altri sembrano veri e propri affronti, voluti e cercati. Un po’ come quella volta che ad una speaker dello stadio venne detto di ironizzare sulla data di fondazione del Verona. Anche per quell’episodio le domande avrebbero potuto essere le stesse: perché si “dovette” farlo? Ma, soprattutto, perché si volle a tutti i costi farlo? Cosa motivò quella impellente e irrinunciabile necessità?

Impossibile che chi ha deciso di utilizzare (o riutilizzare) la scala non si sia posto il problema di quali sarebbero state le reazioni, oggi, al cospetto di un radicale cambiamento di presupposti e di tempi. In via Galvani sono fin troppo svegli per non aver fatto certe valutazioni. Eppure, avanti a testa bassa! Perché? Gli sportivi “clivensi” non pensano di chiederselo prima o poi?

Amor proprio, dignità, identità, orgoglio, sono parole che hanno significato tra i “pochi ma boni” (così dicono loro) della diga? La domanda è diretta e molto semplice: agli sportivi “clivensi” sta bene utilizzare, portare addosso, esporre, inneggiare a quello (colori, nome, simboli, cori, slogan...) che da sempre contraddistingue e identifica un’altra squadra, un’altra società e un’altra tifoseria, per giunta della stessa città?

I boomerang, così come illustrati nella classica iconografia da cartone animato, sono armi infingarde: se li lanci tornano sempre indietro e, di solito, lo fanno quando meno te lo aspetti; quelli “d’immagine”, poi, sono i peggiori, perché la botta te la fanno sentire a lungo termine.

Un giorno ti svegli e ti accorgi che lanciare quel boomerang è stato davvero un imperdonabile errore.





La scala è solo Verona


fonte: TGGialloblu.it

Reggiana - Hellas

Fine partita:

Il calcio che non ci piace: quello moderno!

Benvenuti a Taranto: recita così il cartello che accoglie i tifosi emiliani appena arrivati all'ingresso della città dei due mari. Arrivano in tanti, con bus, pulmini e auto private. Tifosi anche loro di una nobile decaduta che da anni prova a rialzarsi senza riuscirci. Giungono in città e possono ammirare, da subito, il contrasto tra la grande industria e le bellezze paesaggistiche di una città quasi sempre maledetta.
Conoscono bene il valore della tifoseria tarantina, conoscono bene il calore della gente di Taranto; magari qualcuno di loro è stato qui quasi venti anni fa quando ci giocavamo due punti tra i cadetti.

Il presidente della Taranto ha abbassato il prezzo del tagliando ad un euro per favorire chi si sobbarca più di 1500 km per una trasferta in terza serie. Li immagino felici della cosa, festosi arrivano allo Iacovone, struttura imponente, ed entrano compatti e colorati. Si sistemano in curva sud ed espongono le loro pezze. Pezze che hanno girato l'Italia, che riportano i nomi di gruppi o più semplicemente uno sfottò per i rivali di sempre, i parmigiani. Tutto tranquillo, tutto fila liscio, gli striscioni passano il check in mentre gli emiliani si compattano e cantano, si fanno sentire in uno stadio silenzioso che protesta per ben altri problemi.
Non lo sanno, o forse lo immaginano, che qui merita una multa anche uno striscione in onore di amico che non c'è più. Cantano, saltano, ballano, una domenica normale almeno per loro, fino a quando qualcosa in campo si muove. Due uomini in giacca e cravatta arrivano sotto il settore e contemporaneamente arriva un nugolo di steward seguiti a ruota da un reparto di celere in assetto antisommossa. Motivo del contendere le pezze. Niente di nuovo per noi che abbiamo visto andar via i perugini e abbiamo assistito indignati al diniego ad entrare lo striscione “Sara con noi” dei tifosi lucchesi.
Si parlamenta per qualche minuto poi gli animi sembrano riscaldarsi; a qualcuno le mani prudono e il buon senso dei granata li porta a togliere le pezze dalla balconata per tenerle in mano.
Lo stadio di Taranto, la gente di Taranto solidarizza con loro. Dalla Nord partono cori contro la repressione, anche dalla gradinata, settore TS, lo sdegno si tramuta in cori contro questo modo di indegno di interpretare una legge illiberale e palesemente anticostituzionale.
Nel settore ospiti, intanto, si assiste alla farsa delle farse; la celere accerchia il gruppo ospite che per sfuggire alla morsa sale nella parte superiore di settore, subito seguiti dai solerti funzionari. I reggiani, merito a loro, non demordono e mantengono la calma non cadendo in quella che ormai a tutti sembra una trappola. I reggiani si sottraggono al gioco delle mani pruriginose, continuano a spostarsi nel settore, ora su, ora giù, sempre seguiti da uomini in divisa che per “tutelare la nostra incolumità” li segue passo passo. A questo siparietto lo stadio di Taranto reagisce con bordate di fischi. Arriviamo all'inizio del secondo tempo che i fischi di sdegno verso questa pagliacciata di “ordine pubblico” partono da ogni settore. La partita passa in secondo piano; gli occhi di tanti sono puntati sulla curva sud dove va in onda un patetico melodramma chiamato “Iacovone, stadio sicuro per famiglie”.
I reggiani dopo altri venti minuti di zig zag capiscono di non essere graditi e decidono di togliere il disturbo. Escono di scena così come sono entrati, compatti, colorati e con tanta dignità. I fischi dello stadio si trasformano in un lungo applauso, scrosciante, che parte dalla nostra curva e si diffonde in ogni angolo dello stadio. Sono partiti in piena notte per seguire la loro squadra del cuore, hanno percorso centinaia di chilometri, hanno speso una barca di soldi e per finire non hanno potuto nemmeno guardare la partita e fare tifo per la loro città.
Nella Nord i gruppi decidono che è meglio andar via che assistere a questo scempio. Si alzano anche loro e vanno via, ordinatamente, come i reggiani e anche loro con tanta dignità escono di scena.
I reggiani intanto si fermano nello spiazzale tra curva sud e gradinata, il settore TS in linea d'aria è a pochi metri… cori all'unisono e applausi ricambiati. Per qualche minuto gli ospiti continuano a mostrare orgogliosamente le loro pezze, le loro sciarpe. Non si sono piegati e vanno via sembrano voler dire. Ad attenderli però l'ennesima sorpresa. Schierati su due ali tipo “picchetto d’onore” decine di steward e un intero reparto celere pronto a debellare questi fastidiosi ospiti che anziché togliere le pezze hanno preferito l'arma della non violenza senza raccogliere le innumerevoli provocazioni ricevute. Il nervosismo di chi è al servizio della pubblica incolumità” era evidente. I tifosi reggiani attenderanno la fine della gara vicino i loro mezzi continuando a mostrare le pezze e intonando cori contro questo calcio, contro queste leggi caricaturali tanto quanto chi le applica in maniera vessatoria, alla faccia della presunta violenza negli stadi che si vorrebbe perseguire.
Al triplice fischio i reggiani salgono sui bus, sul pulmino e sulle loro auto, pronti a macinare altri 800 km prima di tornare a casa per raccontare che Taranto è sembrata una città ospitale e solidale ma chi rappresenta lo Stato ha una visione mortificante di dignità.
Andando via saranno sicuramente ripassati davanti quel cartello “BENVENUTI A TARANTO” all'ingresso della città; sicuramente a qualcuno di loro sarà scappato anche un sorriso sarcastico e, perché no? qualche imprecazione a voce alta.

Ciao ragazzi granata ci vediamo a Reggio (Osservatori e “tessere del Viminale”permettendo), senza arretrare di un passo. Senza mollare.

fonte: http://www.tarantosupporters.com/index.asp?id=3904 di Il Kama (28/09/2009)

Elkjaer

Canzone dell'Hellas


che forza noi tifosi veri
nei nostri cuori una squadra gialloblu
che ci fa sognar
che ci fa sperar
che la vittoria arrivi primo o dopo per noi
che voglia noi di gridare
che abbiamo questo sogno tricolore qui nel cuore
lo scudetto a noi per sempre resterà
viva verona calcio e verona città
un grazie a chi ci ha scaldato i cuori
a tutti i giocatori che hanno vinto il tricolore
anche se sarà l'unica volta noi
ci sentiremo grandi e per sempre sarà
un grazie poi a tutta la gente
che in qualche modo ha aiutato i gialloblu
anche a loro va tanta felicità
viva i tifosi e viva la città
adesso in noi è festa grande
e tutti insieme canteremo il tricolore
lo scudetto è dipinto gialloblu
e in tanti saremo in tanti, chi ci ferma più
ed ecco qui questa canzone
che tutti insieme per la squadra canteremo
tutti santi voi uniti e .... noi
in un unico .... di felicità
ed ecco qui questa canzone
che tutti insieme per la squadra canteremo
lo scudetto a noi per sempre resterà
viva verona calcio e verona città
oooooooooo
ooooooooo

Hellas - Ternana - Lega Pro

Questi sono uno stadio e una tifoseria che meritano la Lega Pro...

L'occasione è la partita in posticipo serale Hellas - Ternana. 15.000 spettatori che cantano per sostenere i gialloblu in campo.


Cori ad inizio partita

Trasferte 2009/2010

Ecco una cartina con le trasferte della stagione 2009/2010.
Ringraziamo il creatore: Tommyguz del blog di Vighini

Mezzi di trasporto

Alla luce della composizione del girone dell'Hellas:

Andria, Cavese, Cosenza, Foggia, Giulianova, Pescara, Pescina, Portogruaro, Potenza, Ravenna, Real Marcianise, Reggiana, Rimini, Spal, Taranto, Ternana e Virtus Lanciano

abbiamo già iniziato la ricerca dei mezzi di trasporto più adatti per seguire il nostro Hellas in trasferta. Sono stati finora individuati 2 mezzi, uno per le trasferte normali e uno per quelle più calde.


Eccovi quello normale:





Mentre questo è quello per le trasferte meno tranquille:

BRIGATE GIALLOBLU 1971 Hellas Verona

Segnaliamo un bel post sul blog degli ULTRAS FIORENZUOLA che riposrta un bell'articolo dedicato alle Brigate:

Per molti i migliori in Italia, un esempio da seguire. Il tifo scaligero ha numerosi estimatori in tutta Europa. L'appellativo Hellas unito al nome della squadra da un professore di greco. Lo stadio Bentegodi. La nascita delle Brigate Gialloblu, lo scudetto conquistato negli anni '80 con al timone Osvaldo Bagnoli, lo scioglimento delle Brigate, la decisione di fare tifo all'inglese con le pezze...


Cliccate sull'immagine per aprire il post sul blog ULTRAS FIORENZUOLA.

Le radici profonde non gelano



12 maggio 1985

Per ricordare uno scudetto che rimarra' nella storia. Unico. Irripetibile. Ma proprio per questo meravigliosamente infinito!

Prima la trasferta a Bergamo, 12 maggio 1985:



E poi, domenica 19 maggio 1985 la festa al Bentegodi...







Ciao Piero...



Per sempre voleremo in alto,
sempre in alto fin lassù,
lassù nel ciel,
insieme a voi,
perchè il Verona noi amiam,
forza alè Verona,
forza gialloblu...

Tutti uniti in Curva Sud - 1903

Fusione/acquisizione del Chievo???

HELLAS MILANO TOUR: Reggio Emilia


Terza uscita stagionale per il Gruppo HELLAS /=\ MILANO che per la prima volta esce dai confini della Lombardia e, dopo Cremona e Crema, sconfina in Emilia Romagna, destinazione finale: Reggio Emilia.

Partenza in tarda mattinata, dopo la colazione milanese di rito, e dopo aver accumulato le provviste per la sopravvivenza minima: 16 panini, 8 litri di birra, 2 litri di vino e una grappa.

Superati un paio di pulman nerazzurri con destinazione Roma, la macchina gialloblu si ferma per la prima sosta, dove verrà data una prima sfoltita alle derrate enogastronomiche e dove soprattutto verranno acquistate le maschere, destinate a diventare una delle "firme" del Gruppo Hellas Milano. Alla cassa: "3 maschere e 3 caffè", "ma... siete sicuri?!", "perchè?! il caffè non è buono?!"

Arrivati al casello di Reggio e dribblati i primi controlli si arriva in zona stadio e, come prevedibile, ecco il primo posto di blocco di vigili a sbarrare gli accessi allo stadio. Come prevedibile, le informazioni chieste ai vigili per arrivare al settore ospiti dicono tutto e il contrario di tutto e, dopo essere stati sballottati tra una rotonda e l'altra come nel miglior ufficio burocratico italiano, eccoci ritornati alla rotonda originaria, davanti al primo vigile che, non capendoci più un cazzo degli ordini ricevuti, decide di togliere la transenna e farci passare: WE'LL BE COMING...

Sono circa 900 i gialloblu arrivati a Reggio Emilia, e fin dal primo minuto dimostrano una compattezza che sembra far dimenticare il difficile momento, fatto di tante tensioni interne, che la tifoseria scaligera sta attraversando. La prestazione degli uomini di Remondina, invece, è al limite dell'indecoroso. Il mister ha, per scelta e per necessità, rivoluzionato la squadra: vanno in campo Ceccarelli in difesa, Campisi come mediano al posto di Bellavista, mentre Corrent lascia spazio a Parolo. Ritorna Anaclerio come esterno d'attacco e Scapini viene preferito a Girardi come terminale offensivo. Dopo la squalifica rientra anche Tiboni e per lui ritorna anche la solita malgradita collocazione come attaccante esterno. Completano l'undici gialloblu i confermati Rafael, Mancinelli, Bergamelli, Moracci e Garzon, a riproporre il 4-3-3 tanto caro al mister, ma tanto maldigerito dai giocatori. E il campo lo conferma, con un primo tempo i cui l'Hellas è un non-pervenuto e che chiude il tempo a reti inviolate solo per la giornata di grazia del portiere brasiliano.

Nella ripresa, come spesso accade, Remondina rinsavisce parzialmente, passando al 4-3-1-2: esce un deludente Anaclerio ed entra Corrent che va a posizionarsi al posto di Parolo, spedito dietro a Scapini e a Tiboni, finalmente accentrato. Si gioca un po' meglio, anche grazie alla Reggiana che resta ingenuamente in dieci al quarto d'ora della ripresa. Ma chi si aspetta una partita rovesciata resta deluso. L'Hellas prende per mano la partita, ma solo nel possesso palla, perchè il portiere reggiano continua a restare inoperoso, e non si addormenta solo perchè Scapini lo chiama ad una facile parata a conclusione della migliore azione veronese: scambio rapido in mezzo al campo e lancio lungo per Parolo che, dalla fascia destra, si beve un paio di granata, entra in area e fa partire il cross. La punta di Bovolone è sola, sul vertice dell'area piccola ma, anzichè stoppare e depositare in rete, colpisce frettolosamente di testa in una coordinazione non perfetta: l'Hellas di Reggio Emilia è tutto qui.

Termina poi anche il momento di "saggezza" di Remondina. Dopo aver finalmente accentrato Tiboni ad inizio ripresa, lo fa uscire dopo neanche quindici minuti per far entrare il macchinoso Girardi e, a cinque minuti dalla fine, quando si potrebbe cercare di spingere contro una Reggiana in dieci, richiama in panchina Parolo per inserire Puccio. L'unica spiegazione possibile è il minutaggio dei giovani per avere i contributi federali, perchè di spiegazioni tattiche si fatica a trovarne. Finisce a reti bianche, va di lusso sicuramente al Verona, dato che i granata hanno sicuramente meritato di più, ma non è stato certo uno spettacolo confortante per i 900 gialloblu.

Si rientra verso Milano, senza neanche la consolazione di essere sempre gli ultimi a partire dal parcheggio ospiti. La polizia infatti, dopo qualche decina di minuti, fa sfollare tutte le macchine scaligere che si stavano attardando. Si troverà comunque lungo il percorso il modo di perdere tempo. Prima all'autogrill, con un saluto agli Ultras Fiorenzuola di ritorno dalla trasferta di Castellarano e poi alla barriera di Milano, dove un medico bergamasco ha movimentato il rientro in città dei "butei". Arrivati a destinazione, la trasferta del Gruppo Hellas Milano si conclude con l'apertura delle ultime due lattine di birra rimaste. Arrivederci a Portogruaro, ma la testa è già rivolta all'8 novembre, con la "trasferta in casa" di Sesto San Giovanni.

L'Hellas Verona a Milano


E' la prima cosa che faccio, ogni mattina. Appena sveglio accendo il computer, e inizio il giro dei siti internet dedicati alla squadra: uno dopo l' altro, snocciolati a mo' di rosario. Fuori dalla finestra la città è sempre grigia, come l'aria che si respira nel web.

La città è Milano, e la squadra è l' Hellas Verona. La domanda è sempre quella: "Ma cosa c'entri, tu, con il Verona ?". Me lo chiedono sempre, quelli che mi conoscono poco. E probabilmente hanno ragione: cosa c' entro io con l' Hellas, in effetti ? Vediamo un po'. Sono nato e cresciuto a Milano, dove vivo tuttora. Non ho parenti veronesi, nè moglie, nè tantomeno fidanzata originarie di quelle parti. Ho qualche conoscente in quel di Verona, città meravigliosa che ho avuto il piacere di visitare spesso, e stop. Tutto qui. Un po' poco, quindi, per spingermi a innalzare il vessillo degli Scaligeri. Un po' poco, se non fosse per il football.

Il mio primo impatto con l' Hellas Verona è stato in un pomeriggio di sole a San Siro nell' autunno del 1971. Gli undici in maglia gialla tentavano di contrastare l' Inter scudettata di Mazzola, Corso e Boninsegna. I miei occhi di bambino interista non riuscivano a staccarsi dai tifosi ospiti, che nel secondo anello fin dal fischio d' inizio avevano scatenato un tifo infernale, del tutto obliquo a ciò che accadeva in campo. Il Verona aveva perso 4 a 1, ma al 90' sembrava aver vinto, tanto era completa e univoca la compattezza tra tifosi e squadra, qualunque fosse il risultato in campo. I supporters avevano innalzato uno striscione sopra le loro teste, 'Brigate Gialloblu', senza attaccarlo alle inferriate. Uno striscione nato da poco, ma non lo sapevo ancora. A San Siro, i gruppi del tifo estremo (i Boys dell' Inter, la Fossa Dei Leoni del Milan) agitavano i rispettivi 'curvini' già da qualche anno. Ma nessuno aveva mai visto una cosa del genere. Iniziò così la mia fascinazione con l' Hellas. Che un anno dopo divenne delirio e amore.

Sì, perchè io il 20 maggio 1973 ero uno di quelli che si trovavano a San Siro, in teoria per assistere a un' inutile Inter-Fiorentina. In teoria, perchè a nessuno fregava niente della partita: quella domenica i milanisti che non avevano trovato biglietti per il Bentegodi si erano dati appuntamento sugli spalti di San Siro. A Verona andava in scena quella che si annunciava come la passerella tricolore di Rivera & co., e chi non era riuscito a unirsi ai (quasi) neocampioni era venuto lì. Era tutto uno sventolìo di bandiere rossonere, su cui erano già da tempo stampati stella e scudetto, mentre gli uomini in neroblu e viola vagavano su e giù per il campo, frastornati. Persino loro sentivano che l' andare in massa allo stadio per irridere i concittadini avversari a casa loro era un affronto senza precedenti. Un' offesa da lavare, ma come? "Se Zigoni oggi gliene piantasse dentro due...", sospirava Antonio accanto a me. Chi ha passato la quarantina sa che all' epoca 'Tutto Il Calcio Minuto Per Minuto' entrava in collegamento alla fine dei primi tempi. Le radioline avevano diffuso la notizia della morte del motociclista Pasolini a Monza, e i due milanisti seduti davanti a me tentavano di darsi un tono, ma si vedeva che non stavano più nella pelle in attesa di ben altre notizie da Verona. Al fischio del 45', quindi, lo stadio era spaccato in due stati d' animo: gli interisti rassegnati al peggio, i milanisti pronti con le loro bandiere ad esplodere all' annuncio della radio.

E' difficile mettere a fuoco chiaramente cosa succede attorno nel momento esatto in cui l' Assoluto Inatteso ci scaglia addosso un' emozione di quelle forti. Ma ciò che accadde in quei minuti è ancora vivo nei miei occhi e nelle mie orecchie.

Hellas Verona 3, Milan 1. San Siro immerso in dieci secondi di incredulo silenzio. L' esplosione assordante. Il milanista dietro di me, "Un momento, forse si sono sbagliati, forse è il Milan che vince 3 a 1 !!!". Antonio impazzito che mi salta al collo e mi butta per terra. Le bandiere rossonere con stella e scudetto ferme a mezz' aria. Il ruggito leonino della folla. I giocatori di Inter e Viola che si guardano intorno, e si passano la palla. "Zigo !!! Zigo !!!". I due milanisti davanti a me che si guardano inebetiti. Hellas Verona 4, Milan 1. "Scusate tutti e due, ma vi comunico ufficialmente che ne avete preso un altro". L' incredulità sempre più incredula. I due davanti che non sghignazzano più. Hellas Verona 5, Milan 1. "Dio Zigo !!! Dio Zigo !!!". I due davanti si alzano e se ne vanno in silenzio. E se lo scudetto lo vince ancora la Juve ? E chi se ne frega. "Vinci per noi, Hellas Verona !!!". Fischio finale della stagione. Il Milan nel frattempo ha segnato due gol ? Per noi la partita è finita 5 a 1. Caccia alle bandiere dell' Hellas in tutte le bancarelle intorno allo stadio, ma nessuno le ha. I milanisti imbufaliti che bruciano le loro bandiere in piazza Axum. Trombe, clacson e cori sulle rampe. Dicono non si debba fare il tifo contro. Nemmeno con chi va contro ogni codice e viene in casa tua per deriderti ? "Aprite Le Porte Che Passano I Gialloblu !!!". Dio c'è eccome, e fa il raccattapalle al Bentegodi. I Quasi-NeoCampioni che restano Quasi, e basta. Siamo tutti veronesi.

Quel giorno l' Hellas è entrato nelle mie vene, e non ne è uscito più. Il mio cuore neroblu ha aggiunto un posto a tavola e ha fatto spazio al giallo, e dall' Anno Di Grazia 1973 i tre colori delle due squadre scorrono meravigliosamente nel mio sangue. Io, milanese di nascita, interista per forza (Milan, M come Mai),devo il mio primo assaggio di Imponderabile agli Scaligeri, che mi hanno regalato il primo Fulmine Di Imprevisto, il primo attimo di Tutto-E'-Possibile. Nell' orizzonte della Milano spenta e grigio-marrone degli anni '70, così ben dipinta in film come 'Romanzo Popolare', non c' era nient' altro che il calcio a farci guardare un po' più in là. Io da quel giorno ho iniziato a guardare più in là davvero, verso la città da dove era arrivato l' Aiuto inatteso. Verso chi quel giorno si era alzato in piedi e aveva detto "No", e aveva fatto quello che la mia squadra a strisce non era stata capace di fare. Verso chi aveva regalato un finale a sorpresa (e che sorpresa) a chi già lasciava la sala sullo scorrere dei titoli di coda. Verso chi aveva guastato la festa ai Cowboys. Verso l' Amico.

Sono passati tanti anni, tra alti esaltanti e bassi da ricovero. Ci sono stati altri maggi e altre sconfitte eclatanti all' ultima giornata, ma nessuna potrà mai essere paragonata a quella. Da allora, nessuna tifoseria si è più permessa di invadere gli spalti per deridere il pubblico ad una partita in casa dei rivali concittadini. Tutto questo grazie agli 11 giocatori che vestirono la maglia gialloblu dell' Hellas in quel 20 maggio 1973. Ci sono state altre Fatal Verona da ricordare, ma l' Originale resta imbattuta e imbattibile.
L' hanno confermato anche i tifosi, eleggendo quell' Hellas-Milan come partita del secolo su Hellastory, il sito che snocciolo per primo tutte le mattine nel mio rosario gialloblu, e al quale sono iscritto da anni, insieme ad altri siti dedicati all' Hellas (e solo a quelli). Li frequento in silenzio, con rispetto: le persone a cui spetta di diritto l' intervento sui vari muri e forum sono coloro che seguono l' Hellas da vicino, pagandone spesso le conseguenze in prima persona. Credo ciecamente nel rapporto tra calcio e territorio, e so benissimo che la mia bizzarra vicenda in gialloblu non altera le proporzioni: i veri supporters dell' Hellas possono essere solo i veronesi. Da non-Scaligero di nascita, sono onorato dell' accoglienza e dell' amicizia che mi hanno riservato alcuni veronesi DOC, e mi ritengo fortunato nella mia passione per questa squadra unica e irripetibile, a partire dal nome. (HELLAS !!! Esiste un nome più assoluto per un club calcistico ?).

Il football è un malato terminale che non sa più cosa inventarsi per spillare l' ultimo euro al cliente di oggi, ex tifoso di ieri. Nonostante ciò, e nonostante tutti i rovesci, i supporters dell' Hellas sono ancora al loro posto. Da altre parti c' è chi ha mollato e chi sta mollando, e c' è chi guarda all' Inghilterra alla ricerca del Vero Spirito Del Football. Quale squadra ha anima, tifoseria e peripezie più britanniche dell' Hellas Verona ? La Football Association potrebbe concederle tranquillamente la membership onoraria. Si parla da decenni di mancanza di pathos e passione intorno al calcio: tutti fattori sconosciuti ai tifosi gialloblu. Una tribù di miracolati, o una specie in estinzione da non tutelare ? Sia come sia, i tifosi dell' Hellas sono degli eletti, e non c' è categoria che tenga. Per storia e natura del club, gli Scaligeri vantano un DNA superiore, anche nel dolore. Ecco perchè c' è una sola certezza: tutto quello che adesso sta accadendo (o non accadendo) all' Hellas si rivelerà per quello che è: un periodo, appunto. Nonostante il caos in campo e fuori, nonostante le atroci delusioni e l' aria malsana che da più parti è sospinta a viva forza verso Verona, ciò di cui oggi siamo spettatori è nato e morirà con il momento. Che finirà, e finirà davvero. Non può non finire. E finchè ci sarà la speranza dei numeri, ci sarà la rabbia di volere sopravvivere ad ogni costo. Poi si ripartirà dalla motivazione che dà la dimensione propria della storia e del tifo dell' Hellas Verona Football Club. Si ricomincerà con uomini che dovranno stamparsi bene in mente le facce e le voci della sua gente. Perchè l' Hellas ce la farà, e il resto verrà da solo.

Perchè non può piovere per sempre.
Perchè così è scritto, e così sarà.


Glezos per Hellastory (3 marzo 2008)